Un appassionato giocatore di carte conosce bene la soddisfazione di chiudere la partita con una scala reale. Dieci, fante, regina, re e asso. Tutti dello stesso seme. La combinazione perfetta.
Di origine antica e lontana, le carte da gioco hanno messo radici in Francia, dove si sono evolute in quelle che ancora oggi vengono mescolate, tagliate, pescate e scartate su tutti i tavoli verdi del mondo occidentale. Da bastoni, denari, spade e coppe i semi diventano ori, quadri, picche e cuori, e rappresentano la società in cui proliferano. Fiori i contadini, quadri i mercanti, picche i condottieri, cuori il clero. Il re e la regina al vertice della piramide del potere, fino alla Rivoluzione. Con la condanna a morte di Luigi XVI e Maria Antonietta le carte vengono rimescolate e l’asso, il popolo, diventa quella più importante.
Nella monografia di questo numero vi racconteremo del re dei vitigni, il Cabernet Sauvignon. Anch’esso di origine francese, come Luigi XVI e come il re di un mazzo di carte, ma mai spodestato da alcuna rivoluzione.
Forse perché, seppur forte della sua autorevolezza, il Cabernet Sauvignon non ha mai regnato da solo, ma da sempre è stato capace unirsi con successo, alle volte con una regina, altre con fanti o assi dell’enologia, in armoniche e durevoli alleanze.
In settecento anni noi esseri umani non siamo cambiati molto. Abbiamo spostato più in là il mezzo del cammin di nostra vita e gli strumenti tecnici a nostra disposizione sono decisamente più efficienti. Le nostre emozioni, però, sono le stesse.
Viscerali e universali, come quelle che Dante descrive nelle sue opere.
Forse è questo il motivo per cui solo a lui riserviamo il privilegio di essere l’autore che ricordiamo per nome. Con la stessa confidenza che abbiamo con un amico di lunga data, leggiamo nelle sue parole qualcosa che ci riguarda da vicino.
Noi di Civiltà del bere leggiamo la Commedia come un vino: riconosciamo nei suoi versi un’esperienza multisensoriale, un viaggio nelle conoscenze tecniche e scientifiche di un’epoca.
L’Inferno come la coltivazione della vite: l’inizio del cammino di Dante e della produzione del vino. Paure oscure fanno tremar le vene e i polsi del poeta e sfide sempre nuove attendono i viticoltori. Le fiere e i diavoli, il clima e la cura del terreno.
Servono ardire e franchezza per proseguire il viaggio e produrre le uve migliori.
Il Purgatorio come la fermentazione: il momento della trasformazione. I lieviti mutano il mosto in vino, dolore e pentimento ripuliscono le anime da ogne sucidume, preparandole per la redenzione.
Il Paradiso come l’affinamento: la fase della completezza. Circondato dai beati in forma di candida rosa Dante accede alla pienezza della beatitudine, il vino evolve verso la sua massima complessità e profondità.
In occasione dei nostri primi 50 anni, ci ispiriamo al sommo poeta. Senza presunzione, ma con l’ambizione di continuare a raccontare la storia dell’enologia in modo sempre nuovo e diverso, in un viaggio dalla straordinaria potenza evocativa.
Da e attraverso una contemporaneità fatta di persone, territori, scienza e passione, sempre più in là, fino a superare i limiti del tempo e dello spazio.
La Grande Jatte, lungo Senna.
Ogni domenica, dal 1884 per due anni, un giovane dai capelli scuri e lunga barba curata è intento a tracciare schizzi su una tela. Calmo e riservato, cerca di rendere l’atmosfera serena e luminosa dei parigini che passeggiano.
È George Seurat, ricordato come l’inventore del pointillisme, e il quadro Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte è considerato il suo manifesto.
Affascinato dagli studi ottici sulla luce e sul colore, sapeva che due colori complementari, come blu e arancione, se accostati, diventano più brillanti. Se mescolati, si spengono e tendono al grigio. Per questo sulle sue tele utilizza piccoli tocchi di colore puro, affidando agli occhi dell’osservatore il compito di fonderne le radiazioni nella totalità di una composizione armoniosa e vibrante.
Moderno e scientico, si può dire che il pittore abbia anticipato il concetto di pixel.
Quadratini piccolissimi che, accostati tra loro e osservati alla giusta distanza, restituiscono una figura nel suo insieme.
La sua non è solo tecnica: è un’indagine profonda e quasi metasica di luce, realtà e materia.
Attraverso l’accostamento di minuscoli puntini, la materia di Seurat diventa corpo. Proprio come il nostro corpo è composto da trilioni di piccoli punti chiamati cellule, a loro volta formate da molecole, costituite da atomi, in un microcosmo di interazioni invisibili. Allontanandoci come a osservare un quadro, la realtà in cui
esistiamo appare molto più estesa. Abitiamo un pianeta, la Terra – grande ai nostri occhi, ma minuscola nel macrocosmo – parte di un sistema solare tra miliardi di altri, in una delle innumerevoli galassie dell’universo osservabile.
Infinitamente piccolo e infinitamente grande. Dimensioni opposte e al contempo simili. Concepirne la connessione significa riconoscere la complessità del mondo che ci circonda. Esplorarne la relazione vuol dire arricchire la comprensione della realtà e del nostro posto nell’universo.
Dal micro al macro e viceversa. Con la monografia di questo numero vi racconteremo di come vino, food e territorio costituiscano dei veri e propri universi e di quanto sia fondamentale per la loro struttura e la loro evoluzione l’armoniosa interazione dei piccoli punti di cui sono composti.
La guerra di Troia cantata da Omero era durata 10 anni.
Ulisse aveva portato gli Achei alla vittoria con lo stratagemma del cavallo. Ora desiderava solo tornare a casa.
Non sapeva che, per farlo, avrebbe impiegato altri 10 anni. Gli dèi gli erano ostili, lo avrebbero spinto su spiagge sconosciute e avevano in serbo per lui incontri insidiosi.
Ogni volta, per poter ripartire, Ulisse avrebbe dovuto trasformarsi.
Fingersi Nessuno per ingannare il ciclope Polifemo e trarre in salvo sé e i suoi compagni, resistere al canto delle sirene incatenato all’albero maestro della nave, tornare a essere qualcuno, se stesso, quando l’aedo Demodoco canta della guerra di Troia e dei suoi protagonisti.
Ulisse non sapeva che la sua storia sarebbe stata raccontata anche molti secoli dopo, né immaginava che il suo peregrinare sarebbe diventato una delle più belle metafore non solo della vita, ma della ricerca di sé.
La Musa, ancora oggi, narra la sua intelligenza variegata di sfumature cangianti, di molti uomini in uno solo.
Esistono l’Ulisse di Omero, di Dante, di Joyce e di Guccini, così come può esistere quello di ciascuno di noi. Esistono il Sangiovese di Montalcino, di Montepulciano, del Chianti, di Carmignano, di Bolgheri e di Romagna.
Come Ulisse e il Sangiovese, siamo le nostre sfumature e le nostre relazioni.
È un viaggio alla ricerca dell’identità, il nostro come quello della monografia di questo numero, alla scoperta di un vitigno versatile e scaltro, le cui manifestazioni sono molteplici, complesse e sfaccettate come i luoghi in cui trova radici.
Non siamo soliti applaudire i secondi. Per nostra natura e per la mentalità del mondo in cui viviamo.
Eppure i cadetti, i secondi della storia, sono molti. Alle volte per nascita, altre per scelta. Gran parte di questi ci hanno dimostrato che non è necessario partire favoriti per potercela fare.
We can work it out – possiamo farcela – cantavano i Beatles.
Ogni canzone ha una storia e questa ne ha una particolare.
È il mese di settembre del 1965. Jane Asher, la fidanzata di Paul McCartney, si unisce alla tournée teatrale dell’Old Vic di Bristol e la loro relazione va in crisi. Lui affida i suoi sentimenti al brano che verrà inciso pochi mesi dopo. Più commerciale e con uno stile più morbido rispetto al “sound rock” dei Beatles, ha il destino già segnato: dovrà finire sul lato B del 45 giri come il pezzo più debole, un riempitivo senza infamia né lode. Così ha deciso la casa discografica.
Sul lato A Day tripper di John Lennon. Finché proprio lui non annuncia pubblicamente e inaspettatamente il contrario. Occorre trovare una soluzione.
Per la prima volta nella storia della musica We can work it out sarà il “secondo lato A” e salirà in vetta alle classifiche in Inghilterra e negli Stati Uniti.
John Lennon aveva fiuto. Sapeva che entrambi i brani avevano i numeri per diventare delle hit.
E la sua decisione ha reso illusoria l’idea di “primo” e di “secondo”, scardinando la logica della posizione esclusiva.
Come le canzoni, ogni vino ha una storia. Quelle che racconteremo nella monografia di questo numero hanno molto in comune con quanto è accaduto al brano cadetto dei Beatles. Leggerete di vini nati secondi per rendere ancora più grandi i fratelli maggiori, ma che oggi svettano come “secondo lato A” delle più importanti cantine.
Il bianco è un universale punto di partenza.
Nel disegno e nella scrittura si inizia da un foglio bianco.
Secondo alcune teorie un buco bianco è all’origine del big bang.
Si dice “fumata bianca” per indicare la nomina di un papa e l’avvio del suo pontificato.
Nel processo di vinificazione in bianco, più il mosto è lasciato sulle bucce, più il suo colore e gli aromi si fanno intensi.
Negli scacchi il bianco apre prima del nero.
Un disegno o uno scritto, la configurazione dell’universo o l’operato di un pontefice, il bouquet che riconosciamo in un vino o lo scacco al re sono però il risultato di combinazioni di ”mosse” compiute e repliche conseguenti.
Se Picasso e Renoir avessero rappresentato lo stesso soggetto, ne avremmo una interpretazione destrutturata e “spigolosa” e una più aderente alla realtà.
Se Steinbeck e Hemingway avessero scritto del medesimo argomento, ne leggeremmo una versione politicamente impegnata nella difesa del più debole e una in cui il soggetto è un eroe davanti all’enigma della vita.
Sulla scacchiera, alla stessa variante di apertura, Bobby Fisher avrebbe risposto con un gioco tecnico e creativo, mentre Garry Kasparov avrebbe scelto uno stile aggressivo e imperscrutabile.
In qualsiasi disciplina esistono infiniti modi di perseguire un obiettivo, resi possibili dai caratteri unici dei soggetti che li realizzano. Comprendere l’individualità esclusiva e irripetibile che per natura ci caratterizza, accoglierla e consciamente connetterla con la realtà è la “mossa” che ci distingue.
Forti della propria unicità e delle caratteristiche che li rendono non paragonabili ai rossi, i vini bianchi si stanno facendo strada nel mondo con delicatezza, in un “gioco piano” la cui strategia è la graduale conquista del centro.
La partita è ancora aperta.
La Terra, vista dallo spazio, è un bel pianeta blu, senza barriere o confini. Più da vicino, entrati nella sua orbita, mostra le sue divisioni. I satelliti rilevano muri, muraglie e frontiere.
Gli esseri umani fin dall’antichità hanno tracciato delimitazioni, per rivendicare la proprietà privata e per definire l’area di uno Stato, a volte seguendo coste, crinali di montagna o fiumi, altre fissando, per convenzione tra i governi, i confini politici di un suolo.
Quella del delimitare, di chiudere, separare è una forma mentis tipica del mondo occidentale. Ragioniamo per categorie: dividendo e raggruppando, cerchiamo di mettere ordine nella realtà. Su questo schema abbiamo fondato la nostra società: gli individui sono divisi in classi, gruppi, associazioni e la loro identità dipende ed è influenzata da questi costrutti culturali. Pensiamo alle categorie universali di età e genere (maschio e femmina). Per ognuna la società prevede comportamenti e ruoli prestabiliti.
Da un anziano ci si aspetta uno stile di vita moderato. Da un giovane, invece, una certa imprevedibilità ed esuberanza. Ogni deviazione è vista con sospetto.
Lo stesso vale per il genere.
Donne e uomini sono spinti ad adottare modelli di comportamento, maschili o femminili, che nulla hanno a che fare con la loro conformazione biologica.
Che cosa accadrebbe se andassimo oltre i limiti che ci siamo imposti? Se pensassimo alla linea che ci distingue gli uni dagli altri come un contatto e non una chiusura?
La nostra è una mente creativa, dispone per natura degli strumenti necessari a superare la barriera della dualità. Potremmo scoprire che le categorie funzionano meglio se le pensiamo dinamiche. Che le possibilità di essere chi siamo sono infinite, fluide e flessibili. Che si può passare da una categoria all’altra senza rimanerne imbrigliati. Al contrario, potremmo assimilarne la ricchezza e allargare lo sguardo verso orizzonti nuovi.
Ci sono riusciti l’economia, la tecnologia… e il vino, che da sempre attraversa confini d’ogni sorta, che è donna ed è uomo e nessuno tra i due e che, giovane o maturo, ovunque si trovi è cittadino del mondo.
Cambia ciò che è superficiale
e anche ciò che è profondo
cambia il modo di pensare
cambia tutto in questo mondo… *
Si trasforma il profilo delle montagne, erose dal vento e dalla pioggia. Si alza e si abbassa il mare, attratto dalla luna. Si modifica il percorso dei fiumi e si susseguono le stagioni. Mutano i valori, le idee e i sentimenti. Si spostano i confini.
Tutto cambia per natura. Anche noi esseri umani, in quanto parte dei movimenti dell’universo e intimamente connessi con l’ambiente, in un costante scambio di energia. Il cambiamento ci accompagna dalla notte dei tempi: ne siamo – a volte più a volte meno – lo splendido risultato.
Eppure spesso gli opponiamo resistenza, senza vedere il grande valore che ne deriva, ossia la possibilità di evolverci.
Cambiare spaventa, perché siamo tutti poco propensi ad abbandonare le certezze del presente per le incognite future. Non ci dà la garanzia che vivremo una condizione migliore. Non è detto che noi stessi con il nostro bagaglio di istinti, credenze, passioni e aspirazioni, siamo destinati a cambiare per il meglio.
Evolvere, invece, contiene già il lieto fine. Ci permette di partire da quello che siamo oggi, di accogliere il contesto in cui viviamo e, per contaminazione e interazione, affinare i nostri talenti ed esprimere la nostra unicità per continuare a costruire la migliore versione di noi.
Il cambiamento è un numero qualunque che si somma o si moltiplica ad altri numeri. L’evoluzione è quella e elevata all’infinito che ci porta a trascendere i nostri limiti terreni.
Proprio come un vino, che evolve e si eleva nell’affinamento fino al raggiungimento della piena espressione dei caratteri e degli aromi che lo rendono unico.
*traduzione tratta da “Todo cambia”, Mercedes Sosa, 1984
“Qui e lì
Notte e dì
Questo il mondo fa girar
Bianco e ner, falso e ver
Questo il mondo fa girar
Per ogni qua c’è sempre un là
Per ogni se c’è sempre un ma
Per ogni su c’è sempre un giù
Per ogni men c’è sempre un più
Più o men, vuoto o pien,
Questo il mondo fa girar”
Questi versi, che molti di voi avranno letto canticchiando, sono una orecchiabile traduzione della teoria dell’Universo,
la spiegazione alchemica del dualismo degli opposti che mago Merlino dà al suo apprendista, in un famoso cartone animato della Disney.
Giorno e notte, vuoto e pieno, più e meno, bene e male, sono concetti antitetici. Tuttavia essi non possono esistere l’uno senza l’altro. Come potremmo spiegare che cos’è il giorno senza la notte? Il vuoto senza il pieno? Il bene senza il male?
Le teorie degli alchimisti si basavano sulla contrapposizione e complementarietà dei quattro elementi: aria, terra, fuoco e acqua, simboleggiati da una figura giunta fino a noi, il caducèo.
Esso è costituito da un bastone alato intorno al quale si attorcigliano, in senso contrario, due serpenti: la sinuosità delle spire è il movimento delle onde e delle fiamme, la contrapposizione di fuoco e acqua. Le ali in cima al bastone rappresentano l’aria che sovrasta la terra. Il caducèo è quindi simbolo della capacità di conciliare tra loro gli opposti, creando armonia tra elementi.
Non a caso ancora oggi è associato all’ordine dei farmacisti, esperti utilizzatori dell’ambiguo Pharmakon, veleno e medicina al tempo stesso.
Il farmacista si eleva sopra i due opposti, come conoscitore dell’uno e dell’altro e della giusta dose tra i due.
Il segreto contenuto nel nostro corpo e nell’Universo sta nel bilanciamento degli elementi.
È nel loro equilibrio che ha origine la vita.
È nel loro equilibrio che ha origine la vite.
Siamo tutti diversi. A eccezione dei soli gemelli omozigoti, nasciamo con tratti somatici che ci distinguono da ogni altro, tanto da far dire al premio Nobel, John Hume, che “Difference is of the essence of humanity”. Questo tratto distintivo dell’umanità, la diversità che ognuno di noi ha per nascita, non ha avuto vita semplice nel corso della storia.
Con la creazione di gruppi sociali di riferimento, che risponde al nostro bisogno naturale di esseri umani di stare insieme agli altri, siamo riusciti a condividere valori sui quali costituire le forme fondamentali di comunità, dalla famiglia allo Stato. Appartenere a un gruppo ha notevoli ricadute positive, perché fa sentire riconosciuti, compresi, protetti, sicuri. Tuttavia può anche avere conseguenze negative: può favorire la chiusura, il radicarsi di pregiudizi condivisi difficilmente superabili dove chi è diverso viene avvertito come una minaccia, da eliminare anche con la violenza.
Forse avremmo scritto pagine di storia differenti, se fossimo partiti dal concetto di Unicità. Noi tutti siamo unici.
E portiamo i segni di questa unicità sul nostro corpo, come nell’iride degli occhi e sui palmi delle mani, sulle piante dei piedi e sui polpastrelli delle dita. Neppure i gemelli omozigoti hanno l’impronta digitale uguale. L’alternarsi di creste e solchi dell’ultima falange delle dita delle mani racconta la nostra storia unica e, in questa unicità, ci identifica.
Siamo partiti da qui per la copertina di questo numero, leggendo la diversità del nostro mondo come unicità da accogliere e valorizzare, perché sia un punto di inizio e non di fine, un orizzonte e non un muro.